“I bambini ancora in vestaglia arrivano come uccelli sotto il grande abete illuminato, luccica il laghetto di vetro del presepio. Natale splende con mille candeline negli occhi, nell'oro e nel rosso della carte colorate. La felicità si brucia le ali credendo di far luce.”
“Accetta dunque [...] un bacio con tutto il cuore nella solenne ora di Natale, la più pacata dell'anno, la più misteriosa, in cui i desideri ancora ignari si tendono fino all'estremo e vengono per prodigio esauditi: [...] abbandona ogni dubbio e incomprensione: in quest'ora abbiamo un posticino dentro di noi dove siamo semplicemente bambini, che attende e sta là, fiducioso e mai confuso, nel suo diritto a una grande gioia: questo è il Natale.”
“E mentre le lancette scattano, qualcuno ha gli occhi chiusi. Non è ancora il suo attimo, ma presto il momento verrà. Di luci abbaglianti si illuminerà nuovamente il ponte. Di note sognanti si riempirà il pentagramma.Dall'altra parte c'è ancora una strada. Un palcoscenico pronto, perché riprenda a suonare l'orchestra.Dall'altra parte splende il sole.Dall'altra parte.E' iniziata la traccia nascosta del disco.L'interminabile silenzio è finito.”
“Ago era Robb, Bran, Rickon, sua madre, suo padre e anche Sansa. Ago erano le pareti grigie di Grande Inverno e le risate della sua gente. Ago erano le nevicate estive, le storie della vecchia Nan, era l'albero-cuore con le sue foglie rosse e il terribile volto scolpito nel legno, era l'odore caldo di terra dei giardini coperti, il vento del Nord che faceva sbattere le imposte della sua stanza. Ago era il sorriso di Jon Snow. "Mi spettinava e mi chiamava sorellina" ricordò, e d'un tratto le si riempirono gli occhi di lacrime.”
“Sentirai il tuono e mi rammenterai,penserai: desiderava la bufera...Sarà una striscia di cielo accesa di rosso,e il cuore come allora in fiamme.E ciò accadrà nel giorno moscovitain cui abbandonerò per sempre la città,muoverò verso il bramato riparo,lasciando in mezzo a voi ancora la mia ombra.”
“Era il suono di mille bambini affamati che piangevano, di diecimila vedove che si strappavano i capelli sulle tombe dei mariti, un coro di angeli che intonava l’ultimo lamento nel giorno della morte di dio”
“Che tempi maledetti sono i periodi di malattia nell'infanzia e nell'adolescenza! Il mondo esterno, il mondo del tempo libero in cortile o in giardino, oppure per strada, penetra nella stanza del malato solo mediante rumori ovattati. Dentro prolifera il mondo delle storie con i loro eroi, di cui il malato legge. La febbre, che indebolisce la percezione e acuisce la fantasia, trasforma la stanza del malato in uno spazio nuovo, familiare ed estraneo al contempo; dei mostri emergono con le loro smorfie dei disegni delle tendine della tappezzeria, e le sedie, il tavolo, gli scaffali e l'armadio si ergono come montagne, palazzi o navi, tanto vicini da poterli toccare, eppure così lontani. I rintocchi dell'orologio del campanile, il rombo di una macchina che passa e le luci riflesse dei fari, che perlustrano le pareti e soffitto della stanza, accompagnano il malato attraverso le lunghe ore della notte. Sono ore senza sonno, ma non ore insonni; non ore di carenza ma di pienezza. Desideri, ricordi, paure e voglie combinano dei labirinti in cui il malato si perde, si ritrova e si perde. Sono ore in cui tutto è possibile, sia nel bene che nel male.”